Giuliana Tacchini

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Continua la nostra rubrica con le interviste ai personaggi che hanno fatto la storia del quartiere e della parrocchia. Dopo don Franco Sgoluppi, don Domenico Renzini e don Paolo Bruschi, in questo numero è la volta della spigolatrice Giuliana Tacchini.
Instancabile e attenta collaboratrice in tutte le attività della parrocchia, Giuliana Tacchini è stata una delle anime della Madonna del Latte fin dai primordi.
Giuliana è una Spigolatrice della Chiesa, istituto di laiche secolari fondato a partire dal 1947. Le spigolatrici vivono nel mondo senza alcun segno distintivo, dedicandosi al proprio lavoro e alle proprie attività nella totale consacrazione a Dio in povertà, castità e obbedienza. Il loro nome prende ispirazione dalla figura biblica di Rut, la donna che raccoglie “le spighe abbandonate nel solco”, ad indicare la particolare attenzione ai poveri e agli ultimi.
Fu don Domenico Renzini, il primo parroco della Madonna del Latte, a chiamarla come collaboratrice nel 1981. Giuliana era stata tredici anni a Napoli come insegnante elementare. Poi, a causa del terremoto del 1980, rimane senza casa e chiede di poter rientrare a Città di Castello. La richiesta viene accolta, e per lunghi anni Giuliana affianca il suo lavoro di insegnante a quello in parrocchia.
«Devo ringraziare il Signore per questa esperienza alla Madonna del Latte – racconta Giuliana – che mai potrò dimenticare. Ogni volta che la ricordo mi si riempie il cuore di affetto. Mi sono sentita utile forse senza neanche mio merito, ho avuto modo di spendere bene i miei talenti».
Giuliana ha visto avvicendarsi tutti i parroci della Madonna del Latte, a cominciare da don Domenico. «Una carattere forte e spontaneo», lo ricorda. Poi l’arrivo di don Franco: «Con lui è iniziata una rivoluzione. Ogni volta ne sfornava una: campeggi per i ragazzi per le famiglie, gite, pellegrinaggi… davvero inesauribile. Non finirò mai di ringraziarlo per avere sopportato i miei limiti in tanti anni». E ancora «don Salvatore, don Moreno e il suo inseparabile gatto, don Paolo Martinelli e il suo misticismo, i rumeni don Giorgio e don Stefano ai quali ho fatto da insegnante di italiano, e infine don Paolo Bruschi, che arriva sempre correndo».

Quali momenti ricorda con più piacere? «Tutto. A cominciare dal catechismo e dal bellissimo rapporto con i ragazzi: in tanti li ho visti crescere e ora con gioia vedo che continuano ad aiutare in parrocchia e a portare avanti con impegno le loro professioni. E poi campeggi, gite, pellegrinaggi, visite alle famiglie e ai malati. Esperienze grazie alle quali ho potuto conoscere tante persone che non dimentico e dalle quali ho avuto modo di arricchirmi profondamente».

E infine, come vede l’elezione del nuovo papa Francesco? «Porta uno stile nuovo di cui la Chiesa ha tanto bisogno, con la sua semplicità, il suo “buonasera”, le sue scarpe sformate».

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